Pandemia e italiani all’estero. Sta finendo la “fuga dei cervelli?”

Il 14 novembre 2017 lasciavo Strasburgo dove vivevo per lavoro dal 2013. 5 anni da cervello in fuga e poi la decisione di tornare in Italia. Rimpianti? Nessuno.

Certo, me lo sono potuto permettere. Lavorare all’estero era stato un sogno prima che una necessità. Un diploma di maturità linguistica e una lauera in Storia economica europea del resto non prevedevano di restare ferma a casa. Poi, però, dal 2011 al 2013 ho subito fortemente il peso della crisi finanziaria e delle pessime politiche italiane sul lavoro e sono dovuta andare all’estero per necessità e non più per scelta. Arrivata ad un certo punto della carriera internazionale, tuttavia, ho sentito il desiderio di fare un salto di livello verso l’imprenditorialità. Farlo non mi costringeva ad alcun posto geografico in particolare, la vera libertà professionale. Quindi, data la possibilità, ho scelto quello che sento per me essere il più bel posto in cui vivere e lavorare: la mia città di origine, Roma.

Così è arrivato il 2020, l’anno dei grandi lockdown da pandemia Coronavirus-2 (SARS-CoV-2), dello smart working, del south working, dell’home working. L’anno della crisi e della resilienza. La mia scelta di ritornare in Italia è stata confermata al 100% anche dagli eventi.

Ma cosa sta succedendo ai miei connazionali all’estero?

L’analisi del Centro Studi e Ricerche IDOS 2020

Esce oggi l’analisi dello stato dell’emigrazione italiana all’estero del Centro Studi e Ricerche IDOS.

Nel corso degli ultimi 10 anni quasi un milione di italiani si sono cancellati dalle anagrafi comunali per espatrio all’estero (oltre 100mila unità all’anno a partire dal 2015). La differenza tra rimpatri ed espatri è rimasta costantemente negativa tra il 2010 e il 2020 e ha comportato una perdita complessiva di 259mila giovani di cui 76mila laureati (29%). La cosidetta “fuga dei cervelli”. (Fonte: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazione su dati Istat).

Nel 2020, anno dei grandi lockdown da pandemia Coronavirus-2 (SARS-CoV-2), sono stati 112.218 gli italiani che si sono rimossi dai registri dei propri comuni per trasferirsi all’estero. Di questi, il 45,5% è rappresentato da donne. Si tratta di un flusso annuale notevole ma che risulta in diminuzione per la prima volta nel corso del nuovo millennio (-8,0% rispetto al 2019).

Cosa sta succedendo? Siamo di fronte ad un cambiamento di rotta delle migrazioni degli italiani?

IDOS è molto prudente sui pronostici. Secondo il dossier, infatti, il virus ha apparentemente ridotto un fenomeno che incentivi e altre iniziative pubbliche e private non erano riusciti a scalfire, ma non stabilmente: “I dati del primo anno di pandemia vedono un leggero rallentamento dell’emigrazione dei laureati e [il Covid] ha tendenzialmente favorito il rientro di giovani dall’estero, ma resta difficile intravedere una reale inversione di tendenza in assenza di politiche mirate a ridurre significativamente le perdite in termini di capitale umano che l’emigrazione sottende.”

Un fenomeno da paragonare al “south working”?

Personalmente penso che, sebbene ancora precario, il dato faccia comunque sperare in quanto se sviluppato opportunamente può essere il preludio della desiderata inversione di tendenza. Come?

Innanzitutto investendo sulla trasformazione digitale.

È un dato di fatto che laddove le condizioni lo hanno permesso il passaggio al lavoro agile (da casa o da dove si preferisce) sta favorendo una scelta libera del luogo di residenza. Nel mio caso il facile accesso alle tecnologie di video conferenza e al cloud storage è stato il fattore determinante: ho potuto mantenere legami di lavoro all’estero lavorando fisicamente nel mio paese. Aldilà delle professioni che richiedono una presenza fisica, le altre figure che hanno potuto beneficiare del cosidetto “smart working” necessiteranno di continui miglioramenti delle infrastrutture e delle tecnologie a disposizione individuale e delle aziende per lavorare da remoto. Ciò significa anche una burocrazia e un sistema fiscale snelli e digitalizzati, punto su cui siamo molto in ritardo (e confidiamo nel PNRR).

Cambiando i modelli di organizzazione del lavoro.

Abbiamo competenze e caratteristiche che ci riconoscono all’estero e che fanno la differenza. Prendiamo l’esempio del problem solving: siamo altamente capaci di individuare rapidamente e in maniera creativa la soluzione ad un problema. Le aziende internazionali lo sanno e ci cercano. Ci incartiamo un po’ nella fase esecutiva, ma sulle idee siamo una bomba. Unendo questo elemento alla tendenza a forme di organizzazione aziendale più snelle e orizzontali (la leadership collettiva anzichè piramidale), il nostro paese può diventare un posto vincente in cui lavorare e far lavorare.

E ovviamente adottando politiche sociali adeguate alla dignità di chi lavora.

Da questo punto di vista sì, può essere penoso lavorare in Italia. Come sintetizza IDOS: “Per ora le condizioni perché si realizzi la cosiddetta “migrazione di ritorno” in Italia risultano obiettivamente insufficienti: il mercato del lavoro resta poco attrattivo e ancor meno competitivo; il Paese è bloccato dal punto di vista delle infrastrutture, dell’innovazione, della qualità dei servizi; una burocrazia barocca, il clientelismo politico e il radicamento della malavita condizionano le prospettive per il futuro”.

(Meriterebbe un capitolo a sé l’annosa questione fiscale: è essenziale che si trovino soluzioni adeguate per sciogliere il nodo imposto agli italiani che lavorano per imprese estere (e viceversa) di non poter essere pagati se non si ha la residenza fiscale nel luogo in cui l’azienda ha sede legale. Ma non ho nè le competenze nè il materiale per poter trattare l’argomento in questo post).

Insomma, c’è tutto il potenziale perché si possa lavorare bene e con dignità da dove si vuole (all’estero o in Italia, al Nord o al Sud) e come si vuole.

Saremo all’altezza della sfida?

Per approfondire:

Comunicato stampa di IDOS del 3 novembre 2021 sulla “nuova migrazione” italiana

Leggi anche il mio articolo sulle caratteristiche del mercato del lavoro italiano e come comunicare bene per farsi trovare

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