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Web team: expectations vs reality

Avete presente la classica immagine dei dipendenti di un’impresa innovativa della Silicon Valley? Un po’ nerd, molto smart, molto diversity friendly, con una tazza di caffè americano in mano e sicuramente simpatici? Avete in mente quell’atmosfera easy, in un ambiente molto cosy, dal design minimalist?

Ecco, la realtà di un team web è spesso un po’ diversa…

Non ho mai lavorato nella Silicon Valley e non saprei dire se corrisponda o meno alle nostre aspettative. Ma posso testimoniare che nei paesi in cui ho vissuto e lavorato, il team web è, certo, simpatico ma molto più ordinario.


Il caffè non è americano!

A cominciare dalla tazza di caffè. Chi non sogna di poter essere seduto alla propria scrivania comoda con una bella tazza di caffè caldo da sorseggiare con calma?

Diciamo però che 9 volte su 10 quel caffè è consumato in fretta e furia… in bicchierini di plastica della macchinetta automatica o del bar più vicino. O se hai la fortuna di avere una macchinetta del caffè nel tuo spazio di lavoro… la tazza te la porti da casa (e sicuramente non ha il logo aziendale, piuttosto qualche pupazzetto o frasi incoraggianti).

La buona notizia è che, almeno per chi sta leggendo questo post in lingua madre, quel caffè è probabilmente italiano.


Atmosfera allegra e informale

Ci sono diversi tipi di team web: aziendali, in agenzia, freelance, ad hoc, in remoto… Il livello di informalità dipende quindi dal contesto.

In un’azienda, per quanto dinamica e moderna, ci saranno sempre strutture articolate e un confronto con l’executive che richiederanno una certa formalità. In agenzia, l’atmosfera può diventare più informale e diretta, ma quando si incontra il cliente, si è comunque attenti alla forma.

Quanto all’allegria… il lavoro digitale è di certo un mestiere a forte componente creativa che si nutre di teorie e approcci moderni di management. Ridere spesso aiuta la creatività e la gestione del lavoro. Dirò di più: per me è una componente essenziale. Se non mi diverto, produco poco e male. Per mia fortuna, i colleghi non mi hanno mai fatto mancare tante sane e costruttive risate!

Ma, qualunque sia il contesto, la chiave fondamentale del lavoro digitale è: il tempo. O meglio, tempi strettissimi. Di conseguenza, per quanto i membri dell’equipe siano persone simpatiche e gradevoli, si può facilmente diventare stressati e affaticati.

In quel caso, al contrario di quello che si pensi, il caffè non aiuta anzi. L’allegria può sparire o alternarsi a momenti un po’ deliranti in cui le necessità di uno si scontrano con quelle dell’altro.

Poi ovviamente si finisce con una risata! Ma quando prendono i famosi “5 minuti” è meglio non essere nei paraggi…


Lavorare in coworking aiuta la coesione

In teoria, sì. E ne sono una grande sostenitrice! Si crea un flusso di lavoro migliore, il passaggio di informazioni è naturale, si fa networking, si può in effetti creare con più facilità.

C’è però il rovescio della medaglia, che chiunque abbia lavorato in open space e coworking può confermare: rumore e zero privacy. Che sia uno spazio aziendale o una postazione affittata in uno dei tanti centri che stanno (per fortuna) spuntando anche in Italia, la sostanza non cambia.

Dimentichiamo l’immagine della Silicon Valley… Il lavoro in coworking assomiglia piuttosto a questo:

Lavorare in coworking e open space – Photo by Sarah Pflug from Burst

Facce concentrate, incollati allo schermo, isolati per quanto possibile da cuffie massicce (provato personalmente: gli auricolari del telefono non bastano!) e musica a palla. Questo perchè il vicino potrebbe essere impegnato in una conversazione con il collega o con un totale sconosciuto su temi privati o professionali che nulla hanno a che vedere con il tuo lavoro.

Tutto questo escludendo il caso ben più fastidioso di autentico spionaggio. Non mi è mai capitato, ma non è raro sentire di colleghi un po’ competitivi che sbirciano o rubano informazioni chiave. Succede…

Parentesi personale: nel mio caso, preferisco sempre lavorare con i miei colleghi condividendo lo stesso spazio fisico. Ho deciso che, contrariamente al proverbio: fidarsi è bene, non fidarsi è una perdita di energia. I team si aggregano o si aggiustano intorno a dei valori. Perchè perdere tempo a considerare l’altro come una distrazione o una minaccia? E se proprio ho bisogno di fare una conversazione importante e delicata o necessito di assoluto silenzio… mi alzo e porto il mio laptop nella stanza accanto… se ho la fortuna di averne una!


Puoi lavorare come vuoi, dove vuoi, quando vuoi?

Non è proprio così… Traduco velocemente in termini reali: lavori come puoi, dove trovi spazio (o alla tua scrivania nel caso di un’azienda), quando lo decide il cliente. Questo è vero per questo mestiere come per qualunque altro.

Lavorare in un team web, infatti, non è necessariamente sinonimo di lavoro da casa o in remoto. E anche quando questo è possibile, si possono incontrare diversi ostacoli.

Primo fra tutti, l’isolamento e la difficoltà di comunicare con il resto del team, fattori che possono rallentare il lavoro. Per fortuna strumenti di video chiamata (fino ad oggi Google Hangout risulta per me il più efficace, ma impone l’esistenza di un account Google) o software per il lavoro a distanza come Teamviewer risolvono nella maggior parte dei casi questi limiti. Anche utilizzare una piattaforma collaborativa (in questo periodo sto utilizzando molto Asana) garantisce un buon lavoro di squadra.

Interfaccia di Teamviewer – Immagine da Teamviewer.com

Da ultimo, per molti colleghi di questo settore, una grande fetta del proprio lavoro consiste nell’incontrare i clienti. Se vivi in una grande città… questa diventa la tua attività principale e quella che ti prende la gran parte del tuo tempo! Tutto il contrario della sedentarietà insomma…


Ruoli chiari, tutto chiaro

Idealmente, un team web dovrebbe essere composto da alcune figure essenziali i cui ruoli sono molto chiari. A titolo di esempio prendo lo schema pubblicato da Shane Diffily nel 2013 ancora abbastanza valido:


Questa è la situazione ottimale, e per fortuna piuttosto diffusa nei casi di successo.

In numerosi esempi, tuttavia, la realtà è piuttosto questa: chi fa cosa? Spesso è un mistero, i perimetri sono labili, la ripartizione del lavoro confusa, il flusso di comunicazione zoppica.

Quanti si sono trovati a dire o sentire le frasi: “Ma il preventivo poi lo hai mandato?“No, pensavo dovessi farlo tu”. Oppure “Ho creato il logo per il cliente” “Ma lascialo fare a me che sono designer! Tu non ti occupi di contenuti?!”. Mea culpa, ho fatto anche io questo errore, suscitando confusione e disappunto.

A mio parere e da ciò che ho sperimentato, queste situazioni non sono quasi mai intenzionali. Nella maggior parte dei casi si tratta solo di un passaggio di informazioni reso difficile dal poco tempo a disposizione, per cui si è sempre nell’operativo e troppo poco nella relazione. In altri casi, i componenti del team sono davvero competenti nei settori attigui alle proprie core skills e diventa del tutto naturale anticipare il lavoro dell’altro. Anzi, si arriva persino a casi in cui una ripartizione troppo rigida dei ruoli, quasi militare, e l’assenza di flessibilità rallenta e complica il lavoro.


Tutti nerd. Tutti uomini.

Eppure sorprenderà sapere che una gran parte dei membri di un team web non ha un profilo tecnico ed è donna.

Il settore del digitale e dell’IT è sicuramente in ritardo per quanto riguarda l’accesso delle donne alle professioni tecniche e ai ruoli di leadership. Il problema è molto complesso e merita uno spazio a sè.

Possiamo però limitarci ad una considerazione generale: con l’inclusione delle tecniche di comunicazione nella sfera dell’IT, si è creato lo spazio per profili in cui i numeri della presenza femminile non sono inferiori a quella maschile: graphic designer, social media marketer, digital project manager, digital PR, content manager… Oltre ad un numero crescente di sviluppatrici, integratrici e ingegneri informatiche. Nel caso di Resite.it, gruppo di freelance del web con cui collaboro, la componente femminile è schiacciante: 4 donne… due uomini…


Business di successo vs Occasioni perse e budget in rosso

Altra immagine molto frequente dei team digitali è quella delle start up.

Il gruppo di lavoro di un’azienda innovativa è visto come un vero e proprio motore rombante capace di fare strada in tempi rapidi. Di conseguenza, un team di startupper è senza dubbio dinamico, vincente, orientato al business, capace di monetizzare le proprie idee senza perdere un colpo e con un budget florido.

La realtà è spesso diversa e non è raro che in certe fasi il budget diventi in rosso.

Volendo essere realista, tendo sempre a calcolare che per ogni grande progetto che entra in porto, ci sono due occasioni perse. In molti casi si tratta di tempistica sbagliata, distrazione, incapacità di capire il vero bisogno del cliente, un preventivo sovrastimato o addirittura sottostimato che da l’idea di scarsa competenza, un competitor che ha capacità e prodotti migliori.

Nella mia esperienza, il lavoro ordinario, quello che tiene in piedi l’attività, è costituito da progetti più piccoli, stabili, portati avanti con umiltà ed efficacia, nei quali il team si esprime al meglio. Sono questi progetti che permettono al gruppo di lavoro di consolidarsi, sperimentare, imparare le dinamiche di squadra, riconoscere gli errori, valorizzare i punti di forza degli altri.

E ovviamente, nei momenti di pausa… ridere, seduti su un sofà, nel salottino minimalista, con una buona tazza di caffè.

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