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Spiegami la tecnologia come faresti ad un golden retriever

Questa storia non riguarda una sola persona e non solo me. È la storia di molte persone e del loro rapporto con il giudizio degli altri rispetto alle proprie competenze tecnologiche. È la storia di credenze diffuse riguardo alla tecnologia.

Mi occupo di progetti di comunicazione in ambito digitale da 15 anni, ma non ho un background informatico. Questo vuol dire che non solo mi trovo io stessa in contatto con informatici/informatiche e altri profili tecnici, ma che assisto spesso a riunioni in cui altre persone con background non tecnico si interfacciano con colleghi di altra formazione.


Una delle frasi sento più spesso è “ah guarda, questo fallo tu perchè io di tecnologia non ci capisco niente”.

Mi sono chiesta: a cosa serve dire questa frase? Ha veramente senso? È funzionale al nostro obiettivo? Riflette una realtà assoluta?

In realtà temo che questa frase, o simile, serva a fornirci un alibi che copre la nostra paura di non essere adeguati e adeguate. Magari ci riteniamo tali per una diversa formazione, o per questioni di genere o per ragioni generazionali. Mi chiedo anche se, quando detta da parte di professioniste donne, non rifletta piuttosto un bisogno di essere accettata dal nostro interlocutore andandoci a collocare nel posto che ci spetta: quello della donna che non capisce nulla di tecnologia. In questo modo creiamo un accordo implicito con il nostro interlocutore (o interlocutrice) per cui ognuno è al suo posto e nessuno deve uscire dalla tranquillizzante confort zone

Comunque la interpretiamo cominciare una conversazione, una riunione o tanto più una negoziazione con questa frase ci autolimita, ci pone in una situazione di inferiorità e debolezza

Inoltre, va a rinforzare la sindrome dell’impostore, una delle più grandi piaghe che ci autoinfliggiamo come donne (ma anche come uomini). Sono 15 anni che lavoro sempre in contatto o addirittura assumendo io stessa ruoli tecnici. Ogni volta oggi ancora combatto con la vocina dentro di me che mi dice: “attenta a come parli o capiranno che non sei capace, non sei all’altezza, che non sei preparata, che questo non è il tuo posso”.

Questa frase è di fatto una convinzione auto limitante.

Cosa fare? Come si combatte questa credenza depotenziante?

Le convinzioni limitanti si combattono scomponendone le parti e provando a ribaltarle.

Innanzitutto possiamo chiederci: “veramente non sono MAI capace di usare la tecnologia? In nessun ambito? In nessun contesto?

E poi provando a riformulare: “ho poca conoscenza ed esperienza in materia. Quindi ho difficoltà a capire come funziona l’intelligenza artificiale”.

Per tornare al nostro esempio, in una riunione possiamo dire “guarda questa cosa non la conosco, spiegamela così potremo lavorare meglio”. 

Pensiamo alle opportunità che questo cambiamento linguistico può aprirci sul nostro lavoro: incarichi come referente per il fornitore di servizi informatici, project manager di progetti digitali o anche come professioniste possiamo relazionarci alla pari con chi si occupa del nostro sito web, del nostro e-commerce, dei nostri social.

Mi viene in mente, a tal proposito, la scena di un film eccezionale: “Margin Call” del 2011. Nel film, ambientato alle origini della great financial crisis del 2008, un superbo Jeremy Irons, nei panni del carismatico CEO di una enorme banca di investimento, chiede ad un giovane analista di spiegargli il problema che sta per far cadere il mondo in un tracollo finanziario: “parlami come faresti con un bambino piccolo o con un golden retriever”.

Il contesto è diverso da quello informatico ma ho sempre amato questa scena perchè mostra una delle più grandi capacità di un bravo leader: la comunicazione aperta. Non ha detto “ah pensaci tu, io non ci capisco niente”. Ha chiesto una spiegazione mostrando apertura alla collaborazione al fine di risolvere il problema.

Se la figura all’apice della più grossa banca di credito finanziario di Wall Street può pronunciare una frase del genere davanti ad un giovane dipendente, allora anche noi possiamo farlo nei nostri contesti quotidiani. Non è vulnerabilità kamikaze, è assertività e comunicazione efficace.

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